L’esigenza di misurare il respiro come espressione della funzionalità polmonare nasce in tempi non più recenti ed esattamente verso la metà del 1800 quando John Hutchinson inventava un complicato ma efficiente spirometro a campana per misurare il volume di aria che era espirato dai polmoni attraverso la bocca dopo una profonda inspirazione. Questo volume di aria egli lo chiamò con il termine tuttora usato di “capacità vitale”, assumendo che tale capacità era un indicatore della probabilità di sopravvivenza. Trascorse un altro secolo prima che gli studiosi del problema introducessero altri indicatori misurabili con la spirometria utili a definire molti aspetti fisiopatologici che sottostanno a varie patologie dell’apparato respiratorio. Negli anni l’evoluzione tecnologica degli spirometri ha portato alla disponibilità attuale di strumenti di piccole dimensioni e portatili il cui uso è grandemente facilitato.
In particolare la spirometria ha un ruolo critico nella definizione di due grandi quadri fisiopatologici, quello ostruttivo, di cui i più noti rappresentanti sono l’asma bronchiale e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), e quello restrittivo, cui fanno più frequentemente riferimento la fibrosi polmonare, alterazioni della gabbia toracica e alcune cardiovascolopatie.
Inoltre la spirometria è decisiva nel dimostrare l’effetto dei farmaci, ad esempio dei broncodilatatori e degli antinfiammatori corticosteroidei, e ripetibile nel tempo per seguire l’evoluzione della malattia respiratoria.
Ancor più grave è il fatto ben noto che molti pazienti ricevono la diagnosi di asma o di BPCO solo sulla base della storia clinica e dell’esame fisico del torace, come evidenziato da dati statunitensi e canadesi secondo cui solo il 48% dei pazienti diagnosticati con asma e il 36% di quelli con diagnosi di BPCO avevano effettuato una spirometria entro un anno dalla diagnosi clinica.
Questo inutile sovraccarico diagnostico impone anche evidenti errori terapeutici consistenti nell’impiego di farmaci non necessari, con ripercussioni socio-economiche non indifferenti.
Vorrei concludere con una semplice considerazione: credo che ognuno di noi nella propria vita abbia giustamente eseguito almeno una volta un elettrocardiogramma; è opportuno che con lo stesso grado di saggezza almeno una volta effettuiamo anche una spirometria per una valutazione di base della nostra efficienza respiratoria.