05-05-2026

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Psicologia

Stress e Cortisolo, quell'asse nascosta che spiega perché proviamo Ansia e Depressione

Dott. Federico Della Rocca


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Quando parliamo di stress cronico, ansia o depressione, al centro della scena c'è un attore biologico ben definito: l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA). Questo sofisticato circuito ormonale, che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere a pericoli e predatori, oggi rischia di diventare il nostro peggior nemico, innescato non più da belve feroci ma dalle difficoltà della vita di tutti i giorni. Cerchiamo di capire come funziona questo meccanismo ancestrale.

Percezione del pericolo e reazione

Il nostro cervello può essere immaginato come un computer che elabora costantemente e in tempo reale stimoli e informazioni provenienti dall'ambiente circostante. Al primo segnale di pericolo percepito, come ad esempio un esame da sostenere all'Università oppure un litigio col capoufficio, si attiva una piccola struttura nervosa del peso di circa 4 grammi ma estremamente importante chiamata Ipotalamo, che ordina il “lancio del primo missile”, ossia il rilascio del CRH, l’ormone di rilascio della corticotropina, prodotto proprio all'interno dell'ipotalamo.

Questo ormone corre lungo un sottilissimo cordone fatto di tessuto nervoso e vasi sanguigni fino a raggiungere l’Ipofisi, nota anche come “ghiandola pituitaria” (coprendo una distanza di circa 5-10 millimetri!). L'ipofisi è una struttura nervosa più piccola di un fagiolo, posta alla base del cranio, che controlla le altre principali ghiandole del corpo, come la tiroide ad esempio. Stimolata dal CRH proveniente dall'ipotalamo, l'ipofisi a sua volta riversa nel sangue l’ormone adrenocorticotropo (ACTH) che si dirige verso le ghiandole surrenali, posizionate sopra i reni, stimolandole a produrre il cortisolo, il famoso “ormone dello stress”. Il cortisolo pompa glucosio nel sangue per dare energia ai muscoli, aumenta la pressione sanguigna per irrorare il cervello e il cuore e mette in pausa le funzioni al momento non essenziali come la digestione o la riproduzione. È la classica reazione di "attacco o fuga”, necessaria a gestire un pericolo immediato.

Il problema della vita moderna è che spesso il pericolo non passa mai. Non c'è un momento in cui possiamo dire di aver ucciso la tigre che minacciava la nostra famiglia e tornare a dormire nella caverna. Lo stress oggi è diventato cronico, e l’asse HPA (Hypothalamic-Pituitary-Adrenal) rimane in uno stato di attivazione perenne. In questo caso il cortisolo, da alleato, si trasforma in un inquilino tossico che logora gradualmente il nostro corpo.

L'eccesso di cortisolo: gli effetti sulla mente

Se l’esposizione al cortisolo diventa costante, la nostra mente va in affanno. Una delle prime conseguenze è il deterioramento delle funzioni cognitive: la memoria e la concentrazione sono le prime a vacillare. Lo stato di allerta perenne disperde l’attenzione, rendendo difficile focalizzarsi su compiti complessi. Uno studio recente pubblicato sul Journal of Pain Research ha dimostrato ad esempio come livelli costantemente elevati di cortisolo mattutino siano associati a deficit della memoria di lavoro visuospaziale, confermando che lo stress "congela" le nostre capacità di elaborazione mentale.

L’ansia diventa la nostra compagna fissa perché la presenza costante di cortisolo induce il corpo a sentirsi costantemente in pericolo, anche in assenza di minacce reali. Del resto l'ansia è il corrispettivo psichico della percezione del pericolo costante. E il sistema di allarme diviene così sensibile che qualsiasi stimolo neutro può scatenare panico.

Le conseguenze dell'eccesso di cortisolo, tuttavia, non sono soltanto queste. Insieme all'ansia possiamo elencare ipertensione e problemi cardiaci, aumento di peso (soprattutto nella zona addominale), insonnia e indebolimento del sistema immunitario.  Recentemente gli studi hanno dimostrato anche una correlazione fra eccesso di cortisolo e depressione.

Il collegamento con la Depressione: un asse "impazzito"

La letteratura scientifica mostra come le anomalie dell'asse HPA rappresentino un elemento fondamentale nello sviluppo del Disturbo Depressivo Maggiore (MDD). In molti pazienti depressi, il sistema di feedback che dovrebbe spegnere la produzione di cortisolo non funziona. È come se il termostato della casa si rompesse e la caldaia restasse accesa giorno e notte, d'estate come d'inverno. Questo "appiattimento" del ritmo circadiano del cortisolo - che normalmente è alto al mattino per svegliarci e basso la sera per farci dormire - starebbe alla base di quel 30% di pazienti con depressione che non risponde ai trattamenti tradizionali, e molti di questi presentano proprio una disfunzione conclamata dell'asse HPA. Non è un caso che le ultime frontiere della ricerca farmacologica si caratterizzino proprio nello sforzo di identificare molecole in grado di "riparare" questo asse, come gli antagonisti del recettore del CRH.

Per di più, da un punto di vista prettamente psicologico, c'è un aspetto ancora più affascinante e critico: la vulnerabilità del sistema si programma già nella nostra infanzia.

Le “cicatrici chimiche” dell’infanzia

Il modo di funzionare dell'asse HPA non è solo il riflesso dello stress attuale ma dipende anche dalla memoria biologica delle ferite antiche. Le Esperienze Avverse in Infanzia (ACE) - come maltrattamento, abuso, neglect o violenza assistita - scolpiscono per sempre il funzionamento di questo circuito. Studi condotti su bambini vittime di maltrattamento hanno evidenziato alterazioni profonde nella curva del cortisolo. In questi piccoli pazienti il ciclo circadiano appare "appiattito": il picco del mattino è attenuato e i livelli serali sono troppo alti. È un adattamento patologico per cui il cervello del bambino impara a vivere in un pericolo costante e riprogramma l'intero sistema endocrino per sopravvivere ad un ambiente ostile. Il risultato è un individuo che, da adulto, avrà una soglia di reattività allo stress alterata e una probabilità molto più alta di sviluppare ansia, depressione e persino malattie infiammatorie croniche.

Spegnere l’incendio: come la Psicoterapia può riparare il corpo

Se la mente può ammalare il corpo, è anche vero che la mente può curarlo. Ed è qui che la psicologia clinica incrocia i suoi dati più sorprendenti con la biologia. La psicoterapia, infatti, è un intervento che ha effetti misurabili sui livelli di cortisolo. Ad esempio, una revisione sistematica del 2025 pubblicata su Biomarkers in Neuropsychiatry ha analizzato come specifici interventi psicoterapeutici siano in grado di normalizzare il funzionamento dell'asse HPA. I pazienti con disturbi d'ansia che rispondono bene alla psicoterapia mostrano una riduzione della risposta acuta agli stimoli paurosi e una normalizzazione dei livelli basali di cortisolo. Di fatto la psicoterapia "re-insegna" al cervello a distinguere un pericolo reale da uno immaginario e di conseguenza il corpo impara a dosare meglio i suoi ormoni. Anche interventi meno strutturati, ma profondamente rigeneranti, giocano un ruolo chiave. Il contatto con la natura, ad esempio, ha dimostrato di abbassare i livelli di cortisolo in modo significativo. Camminare in un parco o immergersi in un bosco sono attività che aiutano a ridurre la ruminazione mentale e migliorano alcuni parametri come la variabilità cardiaca, un indice di resilienza fisiologica. Allo stesso modo le pratiche di mindfulness e la meditazione agiscono come un freno sull'asse HPA, calmando il sistema nervoso e riducendo la secrezione dell'ormone dello stress.


Conclusione: l'armonia fra mente e corpo

La lezione più importante che arriva dalle neuroscienze è che non possiamo più separare la sofferenza mentale da quella fisica. L'ansia non è un elemento impalpabile ma una condizione precisa che affonda le radici in circuiti neuroendocrini complessi e sensibili. Prendersi cura di sé significa anche rispettare questi equilibri. Fare attività fisica regolare, socializzare, ridere, ascoltare musica o dedicarsi a un hobby artistico non sono solo passatempi ma veri e propri interventi di “igiene ormonale”. In un'epoca che ci chiede di essere sempre performanti, connessi e reattivi, la sfida più grande forse è un'altra: imparare a “spegnere l'allarme”. Occorre fermarsi a riflettere su noi stessi ascoltando i bisogni più profondi, permettendo così alla nostra mente di riposare e ripristinare il giusto equilibrio.

 

Dott. Federico Della Rocca 
Psicologo Clinico, Psiconcologo e Psicoterapeuta 

Jessica Petrangeli
Giornalista