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Noduli tiroidei, quando preoccuparsi?

Noduli tiroidei, quando preoccuparsi?
I noduli della tiroide rappresentano una patologia frequente e, fortunatamente, benigna nella maggior parte dei casi. Non bisogna, però, dimenticare che i tumori della tiroide costituiscono il 3-4% di tutte le neoplasie, per questo motivo è fondamentale un adeguato approfondimento diagnostico.
 

Cosa sono?
 
I noduli sono delle tumefazioni del parenchima tiroideo. Possono essere solidi, a contenuto liquido oppure misti. Differiscono dallo pseudonodulo (tipico dei quadri infiammatori) perché chiaramente distinguibili in tutte le scansioni ecografiche, sia nei piani trasversali che longitudinali. Il nodulo vero, dunque, è tridimensionale.
I noduli possono essere singoli o multipli e, se associati ad un aumento complessivo del volume della ghiandola, determinano il cosiddetto gozzo.
 

Quando si sviluppano?
 
Gli esatti meccanismi che portano allo sviluppo dei noduli tiroidei non sono noti. L’Italia rappresenta una nazione a subendemia gozzigena, ovvero un’area nella quale è presente una maggiore probabilità per la popolazione di non assumere la quota di iodio necessaria a garantire il fabbisogno quotidiano. La carenza di iodio può alterare la produzione degli ormoni tiroidei T3 e T4. La ridotta produzione ormonale stimola l’ipofisi, cioè la ghiandola che governa le altre ghiandole endocrine, a produrre TSH, l’ormone tireostimolante che può facilitare l’aumento di volume della tiroide e la comparsa di noduli al suo interno.
Fattori di rischio sono anche l’esposizione a radiazioni ionizzanti (emblematico, in tal senso, l’aumento dei casi di tumori tiroidei dopo il disastro nucleare di Chernobyl), la familiarità per patologie tiroidee e neoplastiche.
 

Come mi accorgo di avere un nodulo tiroideo?
 
Più comunemente sono asintomatici e vengono riscontrati incidentalmente durante l’esecuzione di altri esami (come accade spesso nel corso di ecocolordoppler carotideo) oppure tramite esami di screening.
Il nodulo può dare sintomi meccanici, legati alla compressione delle strutture vicine, come esofago e trachea, e presentarsi, quindi, per difficoltà respiratorie o all’atto della deglutizione. Questo accade se il nodulo è molto grande o se sono presenti molti noduli che rendono la tiroide voluminosa.
Il nodulo può anche essere funzionante (adenoma di Plummer) e, dunque, produrre ormoni tiroidei in eccesso, dando luogo ad un quadro di ipertiroidismo
 

Diagnosi.
 
L’inquadramento diagnostico prevede una valutazione dei fattori di rischio ed una visita medica volta alla ricerca di irregolarità sulla superficie tiroidea ed allo studio dei linfonodi del collo. Sulla base dei dati raccolti si ricorre eventualmente ad esami di primo livello come i dosaggi ormonali (TSH, FT3, FT4) e l’ecocolordoppler della tiroide. Quest’ultimo esame permette di valutare le caratteristiche del nodulo quali posizione, dimensione, forma, margini, ecogenicità, vascolarizzazione ed eventuali calcificazioni. Sulla base delle informazioni ottenute dagli esami di primo livello si può stabilire di procedere nella diagnosi prelevando alcune cellule dal nodulo (agoaspirato tiroideo), valutando l’eventuale iperattività del nodulo (scintigrafia) e/o il grado di rigidità del parenchima ghiandolare (elastosonografia).
 

Trattamento.


La terapia è in funzione della diagnosi: in presenza di un adenoma di Plummer si ricorre alla terapia radiometabolica o all’intervento chirurgico. Per i noduli che non presentano attività ormonale in eccesso bisogna, invece, stabilire se ci si trovi di fronte ad una lesione benigna o sospetta e questa discriminazione consente di decidere se ricorrere all’intervento chirurgico di rimozione parziale o totale della tiroide (tiroidectomia) oppure al controllo periodico clinico, laboratoristico e strumentale. La tiroidectomia può, infine, trovare indicazione anche in caso di sintomi da compressione, pur in presenza di lesioni benigne.
 
 
Dott. Marco Marasco
Specialista in Endocrinologia e Malattie Metaboliche
U.S.I. Piazza Bologna - Via G. Squarcialupo, 17/b


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