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La Sindrome del “Burn-out genitoriale”: quando essere genitori porta all’esaurimento.

La Sindrome del “Burn-out genitoriale”: quando essere genitori porta all’esaurimento.
Eleonora è una donna di 38 anni. Dopo il conseguimento della Laurea in Medicina con una Specializzazione in Chirurgia Toracica ha iniziato a lavorare in diversi ospedali. Sposata da 8 anni, ha dato alla luce la sua bambina 3 anni fa. Suo marito è un geologo. Fino a poco tempo fa tutto procedeva benissimo, era soddisfatta del suo lavoro e si dedicava con amore a sua figlia, ben consapevole dell’importanza di essere un genitore presente e consapevole, capace sempre e comunque di dare il massimo in termini di cure e supporto. La sua vita era faticosa, ma densa di soddisfazioni. A un tratto però suo marito riceve un’importante offerta di lavoro da un paese straniero, che accetta dopo averne discusso a fondo con Eleonora. Da questo momento suo marito inizia ad essere molto meno presente in famiglia, viaggia continuamente, sta molto più tempo fuori casa. Il peso di questa nuova situazione ricade tutto su Eleonora. A peggiorare le cose si aggiunge anche un cambio dei turni di lavoro in ospedale e adesso far fronte a tutte le necessità diventa un compito durissimo. Gradualmente Eleonora inizia a sentirsi sempre più stanca, spossata. Lotta con tutte le sue forze per far fronte alla routine quotidiana, ma non ha più tempo né energie per stare con sua figlia come vorrebbe. È sempre meno capace di tollerare le richieste della bambina e sente di essersi trasformata in una donna fredda e irritabile. I sensi di colpa cominciano ad attanagliarla, sente di essere una madre orribile e incapace. Nonostante questo non riesce a cambiare il suo atteggiamento. Probabilmente Eleonora adesso soffre della Sindrome del "Burn-out genitoriale".
 
Il concetto di "Burn-out".
Il termine inglese “Burn-out” si riferisce al concetto di "esaurimento", descrive il processo del consumarsi, dell’esaurirsi. In ambito psicologico dunque, la sindrome del Burn-out descrive una condizione in cui un soggetto, sottoposto a un carico di impegno e responsabilità eccessivi, va incontro a una sempre più marcata riduzione delle proprie risorse psichiche, un depauperamento che porta gradualmente il soggetto verso una specifica forma di esaurimento che si pone su un continuum ai cui estremi troviamo stress e depressione. Come succede spesso, la sindrome del Burn-out venne descritta in termini generici molti anni prima che la comunità scientifica iniziasse a studiarla in modo sistematico, dandone poi una definizione precisa. Il Burn-out fece così la sua comparsa ufficiale verso la fine degli anni ‘70, in ambito lavorativo. Prima degli anni 2000 infatti, la Sindrome del Burn-out era riferibile solo ai contesti professionali e venne descritta come caratterizzata da 3 elementi fondamentali:
  1. Un senso di spossatezza ed esaurimento soverchianti;
  2. La tendenza a depersonalizzare i destinatari del proprio lavoro; 
  3. Un senso di marcata inefficacia nel proprio lavoro unito alla sensazione di incapacità a raggiungere gli obiettivi prefissati.
Se il senso di esaurimento rappresenta il fattore centrale di questa sindrome, per cui una persona percepisce chiaramente di non avere più risorse per affrontare le sfide quotidiane, la depersonalizzazione fa riferimento a una tendenza al distacco e/o all’ostilità verso le persone a cui è rivolto il lavoro di un portatore di Burn-out: un esempio potrebbe essere il caso di un infermiere che inizia a rivolgersi ai malati in modo ostile o comunque freddo, tendendo quasi a non considerarli più come persone bensì come oggetti. Il terzo elemento, cioè il senso di inefficacia e incapacità a raggiungere gli obiettivi, si associa a un vissuto di scarso valore personale, sensazione di incompetenza e conseguente perdita di produttività sul lavoro.
 
Dal Burn-out professionale al Burn-out genitoriale. 
Se la sindrome del Burn-out in ambito professionale venne identificata e descritta negli anni ‘70, è soltanto a partire dal nuovo secolo che la sindrome del Burn-out genitoriale inizia a delinearsi in ambito psicologico-clinico. È possibile affermare con un buon grado di ragionevolezza che il Burn-out rispecchia e quindi deriva in maniera rilevante da tutta una serie di profondi cambiamenti sociologici e culturali che hanno riguardato il mondo industrializzato nel corso degli ultimi 40 anni, soprattutto a partire dagli anni ‘90. Il Burn-out in ambito professionale emerge tipicamente in quei lavori rivolti alle persone (medici, infermieri, insegnanti, assistenti sociali, sportelli pubblici, personale di polizia, etc.) e, secondo molte delle analisi condotte in proposito, i fattori principali che ne sono all’origine sarebbero almeno cinque:
  • L'idea utopistica che prese corpo nel corso degli anni '60 per cui con il lavoro organizzato e distribuito in un certo modo si poteva combattere totalmente la povertà, fatto questo che portò gradualmente a una sensazione di idealismo frustrato;
  • L'incursione delle regolamentazioni statali in ambito lavorativo, che portò a necessità sempre maggiori di formalizzazione dei compiti e dei ruoli, coi relativi standard di eccellenza e le necessità di rigide certificazioni della qualità dei processi produttivi;
  • La graduale riduzione dell'autorevolezza riconosciuta a molti lavori rivolti alle persone (il sempre minor valore riconosciuto agli insegnanti può esserne un esempio);
  • L'aumento vertiginoso delle pretese dei fruitori dei servizi in termini di empatia, cure, presenza costante;
  • La crisi economica che iniziò negli anni ‘70 e che impose di perseguire certi obiettivi professionali, spesso palesemente irraggiungibili, con minori risorse disponibili.
Lo sviluppo della sindrome del Burn-out genitoriale sembra avere un andamento speculare rispetto al Burn-out professionale, in modo particolare rispetto alle cause che l’hanno determinato. Infatti anche qui possiamo rilevare cinque importanti cambiamenti nell’ambito del concetto generale di "genitorialità", che si configurano come fattori causali determinanti:
  1. La trasformazione del concetto generale di "genitore" che soprattutto a partire dalla fine degli anni ‘80 viene identificato e anche legalmente definito non più come una figura autoritaria e rigida, bensì come una figura non-violenta, supportiva, aperta, calda, disponibile, sensibile verso i figli, votata alla loro valorizzazione e rispettosa dei loro diritti;
  2. L’incursione dello Stato nell’attività genitoriale attraverso l’approvazione di Leggi che iniziarono a regolamentare l’uso dell’autorità genitoriale;
  3. Un indebolimento dell’autorità dei genitori dovuto probabilmente al netto spostamento del focus sui diritti dei bambini e sui doveri dei genitori;
  4. Un netto aumento delle pretese da parte dei figli in termini di attenzione da parte dei genitori e possibilità e beni di cui usufruire;
  5. Il drastico incremento del lavoro femminile. Basti pensare che tra il 1980 e il 2010 le donne al lavoro in Europa sono aumentate del 75%, fatto questo che impone di raggiungere obiettivi genitoriali, già di per sé spesso irrealistici, con meno tempo e meno risorse. In sostanza il Burn-out genitoriale deriva dall’aumento della pressione (anche sociale e mediatica) sui genitori da un lato, e dalla riduzione del tempo e delle risorse dall’altro, insieme a un cambiamento profondo dal punto di vista ideologico che ha reso il compito di essere madri e padri sempre più gravoso.
 
Analisi del Burn-out genitoriale. 
Sebbene in ambito clinico il Burn-out genitoriale sia oramai un concetto assodato, le cose sono meno definite nell’ambito della ricerca scientifica. Diversi sforzi sono stati condotti per esaminare la validità scientifica del concetto di Burn-out genitoriale e per creare e validare un questionario specifico da somministrare ai genitori per individuare la presenza eventuale del Burn-out genitoriale e per misurarne l’intensità.
In un recente lavoro, I. Roskam, M.E. Raes e M. Mikolajczak (2017) hanno messo a punto uno strumento interessante per la misurazione del Burn-out genitoriale chiamato PBI (Parental Burn-out Inventory). Le loro ricerche hanno evidenziato come le tre dimensioni base del Burn-out in ambito professionale, quali esaurimento, depersonalizzazione e senso di inefficacia siano riscontrabili anche nel Burn-out genitoriale, con la sola differenza che in quest’ultimo caso la “depersonalizzazione” viene sostituita da una sorta di “distanziamento emotivo” da parte del genitore nei confronti dei figli. Del resto appare poco plausibile la possibilità che i genitori vedano il loro figlio come un oggetto da trattare come tale, a meno che non soffrano di disturbi dello spettro psicotico o antisociale. In sostanza, il genitore in preda al Burn-out non depersonalizza i figli, ma si distacca emotivamente da loro, diventa più freddo, meno partecipativo, e pur riconoscendo queste carenze, non riesce a porvi rimedio.

Il Burn-out genitoriale rappresenta una sindrome autonoma e specifica che non coincide col Burn-out professionale, tanto è vero che molti genitori che soffrono di Burn-out sul lavoro possono percepire la famiglia come un posto sicuro da cui trarre ristoro, mentre a volte genitori in preda al Burn-out genitoriale possono percepire il posto di lavoro come un rifugio che li mette al riparo da uno stress familiare soverchiante. 
Il Burn-out genitoriale colpisce in egual misura madri e padri, con una lieve prevalenza di madri, probabilmente perché sono ancora le madri, in media, a prendersi maggiormente cura della prole rispetto ai padri. Ciò suggerisce l’esistenza di un vero e proprio Burn-out genitoriale e non di uno specifico Burn-out relativo soltanto alle madri. Alcuni specifici tratti psicologici di un genitore possono favorire l’insorgenza del Burn-out. In particolare, la ricerca ha evidenziato che i soggetti che presentano elevati punteggi nelle scale psicologiche che misurano il tratto di personalità definito "Nevroticismo" (o instabilità emotiva) appaiono particolarmente vulnerabili al Burn-out genitoriale.

Il Nevroticismo si caratterizza come una tendenza stabile a sperimentare con facilità emozioni spiacevoli, quali ansia, rabbia, stati depressivi, soprattutto in risposta a situazioni stressanti. E in effetti il Burn-out genitoriale sembra manifestarsi proprio quando si verificano condizioni di vita stressanti che perdurano per molto tempo e che a lungo andare inducono l’organismo a rilasciare stabilmente elevate quantità di cortisolo, un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, definito appunto "ormone dello stress". L’eccesso di cortisolo induce una condizione definita ipercorticosurrenalismo, che può sfociare in una sindrome depressiva.
Appare dunque evidente come il meccanismo attraverso il quale si compie il passaggio dal semplice stress genitoriale al Burn-out genitoriale coinvolga anche la secrezione di Cortisolo, nonostante si avverta il bisogno di ulteriori indagini per comprenderlo appieno. Un ulteriore fattore di rischio che può predisporre un genitore al Burn-out è connesso al concetto di “Sé-genitoriale”, ossia il tipo di identità e di standard che ogni persona si attribuisce in quanto genitore. Quando il modello a cui un genitore tende è eccessivamente rigido, perfezionista, e quindi molto spesso irrealistico perché non tiene conto della realtà, è facile che si arrivi alla frustrazione causata dall’impossibilità di raggiungere gli obiettivi.
Un Sé-genitoriale eccessivamente esigente e rigido è il prodotto derivante dalla propria storia esistenziale, in cui concorrono elementi diversi quali le modalità educative ricevute, le pressioni sociali nel proprio contesto culturale e il sistema di valori che ogni persona ha sviluppato nel corso della propria vita. A un livello più ampio è possibile identificare cause ambientali esterne al soggetto che possono facilitare l’insorgenza del Burn-out. In particolare è stato osservato che la quantità di figli presenti in famiglia, insieme alla mancanza di supporto familiare o sociale rappresenta un fattore di rischio importante. E in generale poiché il Burn-out deriva sempre da uno squilibrio fra le richieste avanzate dalle situazioni esistenziali e le risorse personali necessarie a soddisfarle, risulta ovvio che anche una condizione economica poco soddisfacente e la scarsità di tempo da poter dedicare ai figli si configurano come elementi predisponenti al Burn-out. 
 
Possibili conseguenze del Burn-out genitoriale.
Numerose ricerche hanno dimostrato che il Burn-out genitoriale può portare alla depressione. In ambito clinico è stata osservata anche la tendenza a cadere in stati di dipendenza da sostanze e al deterioramento delle condizioni generali di salute, fatto questo che potrebbe condurre a un significativo incremento dei costi sostenuti dai servizi sanitari nazionali. Il distacco emotivo e il disimpegno verso i figli evidenziabile nei genitori con Burn-out può portare a una riduzione della responsività genitoriale, con un impoverimento marcato della relazione genitore-figlio che può sfociare nella tendenza a diventare genitori rigidi, assenti se non palesemente maltrattanti.
Il rischio è che i figli di genitori con burn-out possano sviluppare un attaccamento insicuro, con conseguenze psicologiche fortemente negative per il loro sviluppo.
Il Burn-out genitoriale rappresenta anche una minaccia per la stabilità della coppia genitoriale, in quanto il Burn-out di un genitore va inevitabilmente ad impattare anche sull’altro, che avvertirà l’esigenza di dover compensare le carenze del partner, con un dispendio di risorse spesso impossibile da sostenere. Ciò può alimentare con facilità la conflittualità di coppia, aumentando il rischio di separazioni e divorzi.
 
Conclusioni.
Vista la potenziale gravità del Burn-out genitoriale e le conseguenze negative a lungo termine che esso può produrre sullo sviluppo psicologico dei figli e sul loro comportamento, è evidente la necessità di porre la ricerca su questa problematica a un livello di massima priorità. In ambito clinico l’incidenza del Burn-out genitoriale oscilla fra il 2% e il 12%, il che significa che al meglio 2 genitori su 100 soffriranno di questa sindrome. Un dato piuttosto preoccupante. Mentre gli sforzi per costruire degli strumenti psicometrici volti a identificare e misurare con precisione l’entità del Burn-out genitoriale sono in via di definizione, ai genitori viene demandata la responsabilità di identificare in se stessi quantomeno la presenza di una condizione di stress eccessiva e ingestibile e di rivolgersi a uno Psicologo Clinico o almeno a un servizio di supporto alla genitorialità, che può essere offerto anche in molti presidi pubblici, prima che la sintomatologia evolva verso forme croniche più difficili da risolvere.

Dott. Federico Della Rocca
Psicologia clinica, Psicoterapia Psicoanalitica, Psiconcologia, Psicoterapeuta 
Casa di Cura Marco Polo